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BUFALE online: una semplice mappa mentale per riconoscere una fake news e starci lontano

Le fake news a volte sono difficili da riconoscere: qui un vero caso studio ti aiuta a capire quali sono gli elementi da esaminare

Scorro la bacheca Facebook.

Il mio occhio si ferma su questa notizia, condivisa da un mio contatto:

“Il Marocco decide di castrare chirurgicamente gli stupratori e porre fine alla loro vita sessuale”

Il mio cervello elabora questi pensieri rapidi in successione:

  1. “Beh, hanno fatto bene”
  2. “Calma, è una fake news”
  3. “Aspetta. Potrebbe essere vera”

Pochi secondi e mi rendo conto che sono confuso.

Questa volta non mi sono bastati due sguardi al copy, alla fonte e al “distributore” di quel contenuto.

Questa volta non è così facile.

Questa volta ci sono altri elementi che fanno da contrappeso.

Ripercorro la strada che i miei pensieri hanno fatto.

Magari ho lasciato indizi determinanti sul percorso.

Bene. Quello che faccio ora non è altro che ritracciare quella strada “su carta”, per aiutare te che vuoi imparare a capire come riconoscere una bufala online ed evitare di condividerle sulla tua bacheca facendo brutte figure con i tuoi contatti.

Dunque.

Per svelare l’arcano parto da una prima fase: chi ha condiviso la notizia.

Prima fase: il DISTRIBUTORE

Chi sta condividendo quella notizia?

In questo caso il contenuto è stato condiviso da un utente piuttosto incline e propenso a condividere fake news.

Non ricordo la sua cronologia a memoria, ma conoscendolo so per certo essere un soggetto a rischio fake news.

Quindi?

Il “distributore” del contenuto è un PRIMO INDIZIO PER RICONOSCERE UNA FAKE NEWS? Assolutamente sì.

Guarda chi condivide la notizia: è una persona che conosci?

Ti fidi di quella persona?

È una persona che spesso condivide notizie altisonanti, che hanno a che fare con razzismo, odio, violenza e teorie complottiste?

Allora c’è una buona probabilità di bufala.

ATTENZIONE: le fake news spesso vengono condivise da persone che non sospetteresti minimamente essere a rischio bufale.

Persone con una buona cultura, una buona capacità di argomentare e una buona conoscenza dell’attualità.

Il problema qui è la poca conoscenza del mezzo “internet” e una percezione errata che hanno dell’autorevolezza di questo mezzo.

Spesso non sanno nemmeno dell’esistenza della dinamica fake news e del giro di soldi che c’è dietro.

Un consiglio: se dovessi scoprire che un amico, un parente, un genitore è incline a condividere cagate, faglielo notare senza cattiveria e senza attaccarlo.

Ma spiegandogli magari che dietro al mondo delle bufale risiede un vero e proprio business, che aumentando le visualizzazioni sul sito dove vengono pubblicate aumenta anche il guadagno, e che più click si generano sulla notizia falsa più chi l’ha inserita, grazie alla pubblicità e alle inserzioni del sito, ci guadagna.

Seconda fase: LA HEADLINE (il titolo)
Nel titolo sono racchiusi diversi livelli di complessità


Il titolo, e come stai per vedere nel titolo sono racchiusi diversi livelli di complessità, perché è la parte più importante di un articolo, di un pezzo di copy, di una pubblicità.

in questo caso il titolo fuorviante perché fa leva su ciò che è l’alimento principale delle fake news, il carburante tramite di cui si alimentano e tramite cui si propanano: l’odio.

Si parla di stupratori.

Una categoria (giustamente) odiata e la cui citazione genera reazioni emotive violente.

FARE LEVA SULL’ODIO è un INDIZIO PER RICONOSCERE UNA FAKE NEWS?

Anche questo lo è.

Ma qui c’è un secondo livello di complessità.

Come vedremo poi ce n’è anche un terzo e un quarto, ma intanto soffermiamoci su questo.

Questa notizia ha a che fare con il Marocco (più avanti scoprirai anche il perché).

Una cultura straniera. Quella araba.

Scatta l’elemento razzismo?

Vediamo se sì o no.

Questa volta però è complesso perché in genere una fake news avrebbe fatto molto più facilmente leva sull’odio VERSO questa specifica cultura.

Una cultura spesso oggetto di invettive a causa della barbarie di alcune pratiche legali, come ad esempio la flagellazione, l’infibulazione, la legge del taglione…

In questo caso la pratica, per quanto barbara possa essere, va a discapito di una categoria più odiata, quella degli stupratori.

Quindi la notizia ha a che fare con un’etnia e una cultura sì molto diversa e complessa dalla nostra.

Ma non sembra sfruttare la leva del razzismo, in genere presente all’interno delle fake news.

Il terzo livello di complessità ha sempre a che fare con la cultura araba, che il popolo del web per la stragrande maggioranza, non conosce davvero realmente e in modo approfondito.

Io per primo, mi trovo leggermente disarmato nel decretare una notizia del genere come vera o falsa.

Quindi, in questo caso il terzo indizio è la NOTIZIA IN SÉ (ciò che emerge dal titolo, perlomeno).

Ciò che viene detto. Il fatto.

Questa notizia (per mia ignoranza, e penso per quella di tanti altri) potrebbe essere falsa.

Ma potrebbe anche essere vera.

Perché parla di una questione controversa, complessa, ma non davvero lontana da un’ipotetica realtà.

Le fake news fanno leva sull’emotività e sull’incredulità della notizia.

In genere a chi è più freddo e razionale scatta la molla che gli fa dire: “Aspetta, fammi capire meglio se è vero”.

In questo caso la notizia POTREBBE ESSERE VERA. E qui ci si aggancia alla terza fase, la VERIFICA DELLE FONTI, che vedrai più avanti

Quarto livello di complessità: il copy.

Il copy usato è piuttosto delicato, su di un filo di raso.

Non è sguaiato, da fake news.

Ma utilizza parole da clickbait:

“castrare” – “stupratori” -“vita sessuale”.

Quel “porre fine alla loro vita sessuale” sembra svelare un sottile, dolce piacere nel dirlo.

Come se lo scrittore stesse un po’ godendo a scriverlo.

Sottile, possente e impavido, ma non sguaiato.

Fake news o semplice copy fatto bene?

Il modo in cui è scritto il titolo della notizia è ASSOLUTAMENTE un fattore per determinare una fake news.

Passiamo al visual, l’immagine utilizzata, piccolo e secondarioma non trascurabile fattore per riconoscere una fake news.

Due immagini montate in modo rudimentale, con due richiami, uno al dolore fisico e l’altro allo strumento chirurgico.

L’immagine è qualitativamente scarsa. Montata ad arte.

Mi sono preoccupato dell’immagine perché spesso e volentieri le fake news utilizzano immagini e video taroccati, modificati con Photoshop ed estrapolati da un contesto magari scherzoso, come i meme.

P.S. quando hai il sospetto su un’immagine all’interno di una fake news, ti consiglio di utilizzare il sito Tineye, che ti permette di verificare l’origine del contenuto.

Terza fase: L’AUTOREVOLEZZA
Un fattore determinante per scoprire se una notizia è vera o no è verificare la testata che l’ha pubblicato.

ALMAGHREBIYA ITALIA.

Io non la conosco e non l’ho mai sentita.

La testata riporta molte pubblicità:
“5xmille” e altre associazioni. Il che mi insospettisce.

Vado sulla home e i contatti.

Sì, c’è scritto che “è registrata al Tribunale di Roma decr. reg. 23/2013 del 18 Febbraio 2013.”, ma vai a sapere se è vero o no.

Con una ricerca più approfondita (cerco “Almaghrebiya Italia” su Google) scopro che la testata è in realtà abbastanza autorevole.

C’è un numero di telefono e una mail, certo.

Ma chi si prenderà mai la briga di chiamare?

Rimane solo una cosa da fare a questo punto: confrontare la notizia.

Copio-incollo il titolo su Google con qualche modifica e provo a vedere se la news è riportata da qualche altra testata.

Nessuna ne accenna, nemmeno minimamente.

Penso che una notizia del genere avrebbe fatto quanto meno un minimo di scalpore, che sarebbe stata riportata.

Chiediti anche: “in quante persone ne stanno parlando?”

Quando leggi quelle notizie in cui ti dicono “MA NESSUNO NE PARLA….!!!!”

chiediti PERCHÉ nessuno ne sta parlando.

Forse non c’è nessun complotto. Forse nessun massimo sistema ti sta tenendo nascosto niente. Forse non c’è nessun potere forte.

Forse nessuno ne parla perché non è vero, semplicemente.

Quarta fase: il contenuto dell’articolo

Hai letto un titolo e l’hai condiviso su Facebook: sai dirmi che cosa c’era scritto in quell’articolo?

Il contenuto è l’ultima cosa a cui una determinata fascia di utenti dà retta.

È capitato a te, ed è capitato anche a me, di fermarmi al titolo.

In questo caso è bastato leggere l’articolo per rendermi conto in effetti che il Marocco NON ha effettivamente legiferato la castrazione chimica per gli stupratori.

Sembra che l’incidenza dei casi di stupro e dei tentativi di mostrare pubblicamente l’assalto nelle strade pubbliche o in luoghi bui, abbia spinto il governo guidato da Saad al-Din al-Othmani, a mettere in atto una legge urgente che prevede la castrazione chirurgica degli stupratori,”

Qui non c’è nessun riferimento alla legge, il che mi fa pensare che forse in Marocco se ne stia discutendo.

O forse no.

Sta di fatto che non c’è ancora nessuna legge.

Qui il lavoro fondamentale di confronto delle fonti ha fatto il suo dovere.

Nessun’altra testata ne parla, quindi sono piuttosto sicuro che non ci sia nessuna legge.

Banalmente, un altro indizio per riconoscere una fake news è quindi LEGGERE L’ARTICOLO NELLA SUA INTEREZZA.

Io dico “banalmente”, ma mi rendo conto mentre lo scrivo che banale non lo è affatto.

Conclusioni

Ti dirò, la mia idea di partenza, senza aver fatto quel lavoro di confronto e appurazione delle fonti, era quasi che fosse una notizia vera.

La realtà è che è una notizia “tendenziosa”: riportata probabilmente in modo parziale, esagerata nel titolo ma debole nel contenuto.

E che questa volta ci stavo quasi per cascare.

Ho scritto queste poche righe per farti (o forse per farmi) rendere conto di quanto a volte può essere difficile determinare una fake news o no.

La leva più facile è l’ignoranza, il volersi fermare alla superficie senza riflettere e senza confrontare le fonti.

Senza approfondire.

William

Cosa vuol dire Spam (e come evitarlo?)

Se ti stai chiedendo cosa vuol dire spam, sei atterrato sulla pagina giusta, perché qui ti spiegheremo esattamente cosa significa, le origini del suo nome e come evitarlo.

Correva l’anno 1937 (più o meno), e le case britanniche venivano invase da una tipologia di carne in scatola molto curiosa. Quasi disgustosa. Era la carne Spam, poco attraente sin dal primo sguardo, di fatto insipida e proveniente dalle Hawaii (un loro piatto tipico). Poi, grazie ad uno sketch dei Monty Python destinato a fare la storia del marketing, lo spam è entrato nel vocabolario digitale di una generazione intera. E ancora oggi ci tormenta, nel bene e nel male, proprio come l’odore sgradevole e l’aspetto roseo della famosa carne hawaiana tormentavano gli inglesi quasi un secolo fa. Anche se, almeno lei, pare sia oramai andata definitivamente in pensione.

Cosa vuol dire esattamente spam?

Abbandoniamo almeno per il momento l’aspetto culinario della parola e iniziamo il viaggio alla scoperta del “nostro” spam. Di fatto, con questo termine vengono etichettati tutti i messaggi digitali considerati spazzatura, in quanto poco graditi e soprattutto non richiesti. Un po’ come i volantini delle offerte dei supermercati, che di solito troviamo infilati a forza nella nostra cassetta delle lettere, tutte le mattine. Solo che stavolta la posta è quella elettronica, e i messaggi sono le email di aziende che ci offrono servizi, prodotti, preventivi, metodi per guadagnare online, incontri sessuali e molto altro ancora. Non a caso, spam altro non è che sinonimo di “junk mail” (ovvero posta spazzatura).

Quali sono le origini dello spam pubblicitario?

E ora ritorniamo, per l’ultima volta, alla correlazione fra la carne e lo spam pubblicitario. L’accostamento è nato per merito di uno sketch dei Monty Python, ambientato in una locanda, dove una cameriera proponeva in continuazione questa carne, in tutti i piatti possibili e immaginabili. Un vero e proprio bombardamento promozionale, come in fondo avviene con le nostre caselle mail, quotidianamente riempite da tonnellate di messaggi spazzatura di ogni tipologia.

Conoscilo per evitarlo: ecco come

Ora che sai cosa vuol dire spam, devi considerare che esistono diversi tipi di junk mail, molti dei quali finalizzati alla truffa. Sono quelli più facili da individuare, anche perché ci pensano gli stessi filtri anti-spam di Gmail (e di altri provider) a riconoscerli e a gettarli nel cestino senza colpo ferire. Questa tipologia di spam viene etichettata con il termine “scam”, che fra le altre cose fa anche rima.

Qualche esempio? Le donne russe bellissime che ti scrivono chiedendoti dei soldi per venirti a trovare, o i messaggi di persone che (ancora una volta) chiedono dei soldi per guarire una grave malattia. Insomma, gran parte dello scam gira intorno al vil denaro. Esistono altri casi di spam pericolosi e da evitare come la peste? Assolutamente sì, e si tratta dei seguenti:

  • Phishing: messaggi spazzatura finalizzati alla truffa. Il mittente si spaccia per la tua banca (ad esempio), ti mette paura dicendoti che sta succedendo qualcosa ai tuoi soldi, e ti spinge a fare login sul conto. Tu clicchi sul link, entri inserendo le tue credenziali, lui le ruba e ti ripulisce il portafogli.
  • Malware e virus: la regola è mai scaricare un file che un mittente sconosciuto ti invia per posta elettronica. Si tratta nel 99% dei casi di un virus o di un malware, che infetta il tuo PC, causando danni potenzialmente incalcolabili.

Differenze fra spam e newsletter

Capire cosa vuol dire spam, significa anche comprendere cosa differenzia un messaggio spazzatura da un’email di una newsletter. Anche la seconda può essere invadente e molto fastidiosa, ma di solito la colpa è nostra. Se la riceviamo, con tutta probabilità abbiamo dato il nostro consenso al suo invio, magari mentre eravamo distratti, cliccando “Ok” su qualche banner, pop up o modulo di iscrizione.

Ad ogni modo, è facile riconoscere un messaggio di spam da uno appartenente ad una newsletter. Perché nel secondo caso è presente, all’interno del messaggio, un link per richiedere la cancellazione dalla lista. In secondo luogo, le newsletter difficilmente finiscono nel cestino, perché in genere vengono spostate nella sezione “Aggiornamenti” (come accade ad esempio con Gmail). Per evitare di ricaderci in futuro, però, ti consigliamo di fare attenzione ai pulsanti “Acconsento”, cercando di capire di cosa si tratta.

Comprimere foto: come si fa?

Hai la necessità di ridurre il peso delle foto e di comprimerle? Nella guida di oggi ti diremo esattamente come fare, e quali sono gli strumenti più utili per riuscirci.

Oggi è importantissimo imparare come comprimere foto, per una serie di ragioni molto diverse fra loro, ma ugualmente rilevanti. Per prima cosa, se sei un fotografo e se devi inviare via mail una grande mole di immagini, non potrai ovviamente spedire file che occupano decine di mega. In secondo luogo, un discorso analogo vale per chi gestisce un sito: le immagini pesanti occupano spazio inutile sul server dell’hosting, rallentano il caricamento delle pagine del sito e piacciono poco a Google. Per fortuna, il web ci offre una serie di tools utili per riuscire ad alleggerire il peso delle nostre immagini.

Comprimerle online o sul PC

Cominciamo da una delle risorse online più famose per ridurre il peso delle foto, senza fare nemmeno troppa fatica, ovvero Image Optimizer. Si tratta di un tool accessibile via browser, dato che ti basterà raggiungere la sua home page. A quel punto potrai caricare la foto che desideri comprimere, impostare le varie opzioni (come le dimensioni e la qualità complessiva) e avviare il processo di ottimizzazione della fotografia cliccando sul pulsante “Optimize now!”. Una volta che il tool avrà completato le operazioni, non dovrai fare altro che cliccare sul pulsante download, che trovi alla tua destra. Facile, no? Ecco una lista di altre opzioni molto funzionali per questo scopo.

Infine, è presente anche un software come Caesium, che puoi scaricare e usare su PC.

Utilizzare un plugin per WordPress

WordPress è un CMS ricco di plugin, ed è possibile trovare anche una serie di estensioni progettate per comprimere le immagini e ottimizzarle. È uno strumento salvifico per tutti i webmaster, visto che in certi casi i plugin in questione ottimizzano anche le foto già caricate sulla piattaforma. Qui di seguito puoi scoprire un breve approfondimento sulle migliori opzioni a tua disposizione.

1. EWWW Image Optimizer

In assoluto uno dei migliori plugin per ridurre il peso delle immagini. Funziona sia per le foto che stai per caricare su WordPress, sia per i file che hai già caricato sulla piattaforma in passato. Nel secondo caso, difatti, ti basta selezionare l’opzione “Bulk Optimize” per alleggerire tutte le foto nella libreria dei media. Da sottolineare la presenza di una versione Cloud di EWWW, e il fatto che le immagini vengono compresse senza per questo abbassare la qualità finale.

2. WP Smush-It

Eccoci di fronte ad un’altra estensione per WordPress pensata per comprimere foto, e che funziona tutto sommato in modo simile alla precedente. Ciò vuol dire che ti permette di ottimizzare in automatico le fotografie appena caricate, e quelle già presenti nel database dei media del CMS. Il funzionamento e la qualità del plugin vengono garantiti da un fatto: WP Smush-it sfrutta, infatti, lo strumento di Yahoo per processare le immagini.

La tecnica del Lazy Loading

Ci sono alcuni plugin che non comprimono le immagini, ma che le fanno caricare dal browser “a scoppio ritardato”, ovvero quando l’utente raggiunge quella specifica sezione. Un esempio viene dato dall’estensione WP Rocket Lazy Load, ma ti consigliamo comunque di ricorrere a queste soluzioni solo quando hai delle pagine ricche di foto e molto lente. Ricorda, infatti, che l’installazione di qualsiasi plugin può rallentare a sua volta il sito, quindi è bene utilizzare solo quelli essenziali.

Ottimizzazione SEO delle immagini

Oggi ti abbiamo spiegato come ridurre il peso delle foto, una necessità impellente lato SEO, ma questo potrebbe non bastare per ottimizzare le tue immagini. Anche se c’entra poco con il focus di questo articolo, vogliamo spendere qualche parola sulla compilazione dei campi relativi agli attributi ALT e TITLE, insieme al tag IMG. Si tratta di piccoli elementi che migliorano la comprensione delle info sulle foto da parte dei bot di Google, e dunque sono importantissimi per una corretta indicizzazione delle immagini.

In genere, per via della regola esposta poco sopra, conviene evitare i plugin e fare tutto a mano. Se invece desideri velocizzare le operazioni, puoi installare delle estensioni come ad esempio SEO Optimized Images, che ha il merito di automatizzare la compilazione di questi campi.

Programma Affiliazione Amazon: cos’è e come funziona?

Il web propone oggi molti strumenti e canali per guadagnare una rendita mensile, sia essa piccola o grande, a seconda della nostra bravura e del nostro impegno. Il programma di affiliazione Amazon rappresenta senza ombra di dubbio una delle opportunità più facili da approcciare. Chi ha il desiderio di dedicarsi all’affiliate marketing, infatti, è bene che inizi proprio da questo programma, che può essere considerato alla stregua di una “palestra” per fare pratica. Certo, all’inizio le cifre saranno piccole, ma con il tempo e il lavoro è possibile raggiungere rendite passive mensili di centinaia di euro, se non migliaia.

Cos’è il programma di affiliazione Amazon?

Come qualsiasi altro programma di affiliazione, anche questo sistema ti dà la possibilità di guadagnare una piccola percentuale sui prodotti venduti (da Amazon), a patto che il traffico arrivi dal tuo sito o da un altro canale di tua proprietà. In pratica, il colosso e-commerce ti garantisce una commissione su ogni prodotto venduto tramite la sua piattaforma, al di là della categoria di appartenenza.

Come ci si iscrive al programma?

L’iscrizione è piuttosto semplice, dato che basta recarsi sulla pagina del programma e compilare tutti i campi richiesti con i propri dati. Considera però che, per poterlo fare, dovrai avere almeno un canale attivo da poter sottoporre all’analisi dello staff di Amazon. Il blog è il più classico di tutti, insieme alle app, e tu dovrai inserirne almeno uno. Dopo di ciò, a breve Amazon accetterà la tua richiesta preliminare, dandoti accesso al centro di affiliazione.

Tutto qui? Assolutamente no, perché in realtà sarai in prova. Vuol dire che Amazon controllerà il tuo sito soltanto dopo che avrai effettuato le prime vendite, e se non venderai almeno un prodotto entro i primi 180 giorni, il tuo account verrà chiuso. Tu comunque potrai aprirne un altro, e rifare di nuovo il tentativo. Infine, non sono consentite le vendite pubblicando direttamente i link di affiliazione sulle pagine social.

Come funziona l’affiliazione Amazon?

Il centro di affiliazione ti mette a disposizione diversi strumenti utili per gestire il tuo business, ma prima serve una premessa. Amazon, infatti, assegna le commissioni soltanto sulle vendite tracciate con il tuo ID utente (ad esempio: pippo-21). Di conseguenza, per guadagnare, dovrai indirizzare i tuoi utenti sull’e-commerce sfruttando dei link contenenti il tuo ID. Non devi preoccuparti, perché non devi crearli manualmente, e ora ti faremo un esempio concreto su come riuscirci.

Poniamo il caso che tu abbia scritto una recensione sul tuo blog, che parla di una lavatrice in vendita su Amazon. A quel punto non dovrai fare altro che andare sulla pagina del prodotto, e se sei loggato al tuo profilo, gettare l’occhio in alto a sinistra. Noterai la presenza della sezione “SiteStripe”, uno strumento pensato proprio per chi aderisce al programma affiliazione di Amazon.

Nello specifico, questo tool ti consente di creare in automatico un link al prodotto contenente il tuo ID affiliato (opzione “Testo”). In alternativa, potrai ottenere un codice per aggiungere un piccolo banner pubblicitario su quel prodotto (opzione “Testo + Immagine”). In realtà nessuno ti impedisce di utilizzare entrambe le soluzioni in contemporanea, e in effetti in tanti consigliano di farlo, per creare più Call to Action all’interno della tua recensione.

A quel punto tu non dovrai fare altro che aggiungere quei link al tuo articolo. Da quel momento, qualsiasi utente giungerà su Amazon dai tuoi link verrà tracciato come “di tua proprietà”, ma soltanto per quella sessione di acquisto. In sintesi, se l’utente compra la lavatrice o qualsiasi altro prodotto, tu otterrai la tua piccola commissione.

Differenze con altri programmi affiliate

Di solito i network e i programmi di affiliazione lavorano con i cookies, ovvero assegnano una tua “etichetta” all’utente, che dura per un certo numero di giorni (alle volte anche per un mese). Quindi se l’utente completa un acquisto entro quel lasso di tempo, ti viene regolarmente accreditata la commissione. È una regola che non vale per Amazon, visto che non lavora con i cookies ma – come detto – per sessione. L’unica eccezione si presenta quando l’utente aggiunge quel prodotto nel carrello, comprandolo entro 90 giorni.

Quanto si può guadagnare con Amazon?

Dipende dalla quantità di prodotti che riesci a vendere tramite i tuoi blog. Ci sono utenti che vivono di questo e che guadagnano migliaia di euro al mese, ma non si tratta di un risultato alla portata di tutti. Il motivo? Le percentuali delle commissioni sono piuttosto basse (dall’1,5% al 7-10% per determinate categorie merceologiche), quindi per poter ottenere cifre consistenti bisogna effettuare molte vendite ogni giorno. E per riuscirci, serve un blog con tanto traffico, sia esso organico o a pagamento.

Di contro, il programma di affiliazione Amazon ha anche i suoi vantaggi. Soprattutto derivanti dal fatto che gli utenti su questa piattaforma sono molto più stimolati all’acquisto, perché il marchio è famoso, e per via della conveniente politica dei resi.

Accedi a WordPress: come trovare l’URL di login per accedere al pannello di controllo

“Come accedere a WordPress?” È una delle prime domande che si pongono gli utenti alle prima armi con questo CMS. Come vedremo in questo articolo, la soluzione è molto semplice.

Perché c’è bisogno dell’URL di accesso?

La pagina di accesso di WordPress è la porta di passaggio tra il tuo sito Web e il pannello di gestione o area di amministrazione. Una volta effettuato l’accesso, è possibile creare nuovi post, aggiungere pagine e personalizzare il tuo sito secondo le tue necessità e preferenze.

Dove si trova il link di accesso a WordPress?

Per impostazione predefinita, WordPress utilizza un URL di accesso standard uguale per tutti i blog. Per aprirlo, devi solo aggiungere /wp-admin alla fine dell’URL del tuo sito.

URL di accesso predefinito di WordPress:

www.miosito.it/wp-admin

Gli sviluppatori di WordPress hanno anche aggiunto diversi altri URL che portano alla stessa pagina. Pertanto, se per qualsiasi motivo non ti piace l’URL wp-admin predefinito, puoi accedere alla pagina di accesso digitando una delle seguenti opzioni:

www.miosito.it/wp-login

www.miosito.it/admin

www.miosito.it/login

Tieni presente che tutti questi URL puntano alla stessa pagina di accesso e non commetterai errori utilizzando nessuno di essi. Tutti reindirizzano automaticamente alla stessa pagina di accesso. Nel caso in cui questi URL aggiuntivi non funzionino per te, riutilizza quello predefinito.

Accesso da una sottocartella

Se invece hai installato WordPress in una sottodirectory (ad esempio /sub/), il tuo url di accesso sarà il seguente:

www.miosito.it/sub/wp-admin/

www.miosito.it/sub/wp-login.php

Accesso da un sottodominio

Se invece hai installato WordPress su un sottodominio, puoi accedere alla pagina di amministrazine in questo modo:

sottodominio.miosito.it/wp-admin/

sottodominio.miosito.it/wp-login.php

Una volta effettuato l’accesso, verrai reindirizzato all’area di amministrazione di WordPress, i cui file sono contenuti nella cartella wp-admin.

Puoi accedere direttamente alla tua area di amministrazione anche inserendo l’URL in questo modo:

www.miosito.it/wp-admin/

Questo URL verifica se hai effettuato l’accesso in precedenza e se la sessione è ancora attiva. Se è così, verrai reindirizzato alla dashboard di WordPress. Se la sessione è scaduta, verrai reindirizzato alla pagina di accesso.

Pagina di accesso a WordPress

Dopo aver raggiunto la pagina di accesso dell’amministratore di WordPress, vedrai una semplice interfaccia utente che ti chiede nome utente e password. Se hai installato WordPress autonomamente, dovresti già avere le credenziali di amministratore che hai creato durante l’installazione. Controlla la posta in arrivo se li hai dimenticati poiché WordPress ti ha inviato un’email con tutte le informazioni necessarie per accedere.

Quindi per accedere:

  • Vai alla pagina di accesso dell’amministratore di WordPress
  • Inserisci nome utente e password
  • Fai clic sul pulsante Accedi

Se le credenziali sono corrette, WordPress ti porterà ora alla dashboard dove puoi iniziare a lavorare sul tuo primo post e gestire il sito Web.

Come creare un accesso personalizzato alla dashboard di Wordpress

A seconda dei tuoi desideri, la pagina di accesso può essere personalizzata. Alcuni plugin come LoginPress possono aiutarti a personalizzare l’aspetto della pagina, mentre altri come Hide my login possono aiutarti a modificare l’url di accesso predefinito così da introdurre funzionalità di sicurezza aggiuntive.

Opzione Ricordami in WordPress

Se dai un’altra occhiata alla schermata di accesso, noterai una semplice opzione Ricordami che puoi selezionare o deselezionare. Selezionando l’opzione, una volta effettuato l’accesso, il browser ricorderà la combinazione di nome utente e password utilizzando un cookie.

In questo modo le informazioni vengono memorizzate sul computer (in genere per due settimane, ma possono dipendere dalle impostazioni). Ciò significa che la prossima volta che aprirai la pagina di accesso dell’amministratore di WordPress, il browser saprà che sei un utente esistente e non dovrai inserire nuovamente le stesse credenziali.

Quando (non) usare l’opzione Ricordami

Utilizzare l’opzione Ricordami solo su dispositivi a cui nessun altro ha accesso. Selezionando l’opzione quando accedi su computer pubblici, stai esponendo le pagine di amministrazione a tutti, quindi fai attenzione!

Cosa fare se hai perso la password di accesso a WordPress

Nella parte inferiore dello schermo, puoi vedere un’opzione “Hai perso la password?”. Nel caso in cui avessi dimenticato la password, fai clic sul link che aprirà una schermata di accesso leggermente diversa.

Qui, dovrai inserire il tuo nome utente o l’indirizzo email utilizzato per la registrazione dell’account amministratore. Dopo aver premuto il pulsante “Ottieni nuova password”, WordPress ti invierà immediatamente un’email. In questa riceverai una notifica sulla modifica della password e un link speciale e univoco che porta alla nuova password. Se l’email non arriva entro pochi minuti, controlla la cartella SPAM.

Facendo clic sul collegamento nell’email, vedrai una nuova password generata che ti consentirà di accedere. WordPress creerà una password sicura per te, ma puoi anche scriverne una tua personalizzata sulla stessa pagina. Quando sei pronto ed hai segnato la nuova password, fai clic sul pulsante Reimposta password. WordPress ti farà sapere se la password è stata modificata con successo e, in tal caso, ti reindirizzerà alla pagina di accesso.

Rich Snippet: cosa sono e a cosa servono

Partiamo dalle basi: cos’è un Rich Snippet? Lo Snippet è ciò che viene visualizzato nei risultati di un motore di ricerca quando l’utente cerca qualcosa. Si compone di: titolo, descrizione e url. Il Rich Snippet di conseguenza va a rendere più completo il tutto, con elementi aggiuntivi che verranno visualizzati su Google (o su qualsiasi altro motore di ricerca) da chi effettua la ricerca. Questi elementi aggiuntivi possono essere stelline di una recensione, prezzi, nominativi di video o video stessi.

I Rich Snippet, a livello tecnico, sono delle implementazioni di microdati forniti da Schema.org, uno standard che viene supportato sia da Google che da Bing, piuttosto che Yahoo. Sono diversi i formati, che ad oggi, vengono riconosciuti per la loro implementazione: microformati, RDFa, e i microdati dell’HTML5.

Quanti tipi di Rich Snipper esistono?

Le principali tipologie di Rich Snipper che si trovano, navigando in rete, sono:

  • Breadcrumps: indicano la posizione e la gerarchia della pagina. Partono dalla homepage del sito e arrivano alla pagina indicizzata.
  • Authorship: nonostante sia stata dichiarata morta da Google nel 2014, tramite annuncio ufficiale di Mueller, pare che l’Author Rank, in un futuro molto vicino, potrebbe tornare ad essere fondamentale nell’attribuzione del ranking da parte di Google. Serve a identificare l’autore di un contenuto.
  • Eventi: servono a migliorare la visibilità di un determinato evento che è associato al contenuto della pagina. Vengono mostrati data e link correlato.
  • Valutazioni/recensioni: i siti di e-commerce sono quelli che li usano di più, ma ne troviamo l’applicazione anche in siti turistici e OTA.
  • Ricette: viene mostrato il tempo di realizzazione della ricetta ed un estratto del video. Un esempio lampante di questo utilizzo è quello fatto da Giallo Zafferano.
  • Organizzazione: si tratta di Rich Snippet in grado di mostrare un profilo aziendale (solitamente Google My Business) con tutti i contatti diretti.
  • Video: viene mostrata l’anteprima dello stesso con descrizione, durata e data di upload.
  • Prezzi: serve a vedere subito quanto costa un articolo. In questo modo, si vanno ad evitare visite con bounce rate e tempi di permanenza ridotti su un dato sito. Usatissimo per gli e-commerce.

Perché sono così importanti

I Rich Snippet non servono a migliorare il posizionamento su Google, ma presentano numerosi vantaggi da non sottovalutare:

  1. Permettono di aumentare il CTR (Click Through Rate) à ovvero ottenere più click da parte degli utenti rispetto ai siti concorrenti. Questo si traduce in un numero più elevato di visite.
  2. Migliorano la reputazione del sito secondo Google: aumentando il numero delle visite, il contenuto verrà ritenuto di maggior valore e di conseguenza, si andrà a posizionare meglio.
  3. Importanza della geolocalizzazione: in questo modo il motore di ricerca localizza la posizione dell’attività, la ritiene più affidabile e ne rende più efficace la presenza su Google Places/Local.

 

Come aumentare il CTR grazie ai Rich Snippet

I Rich Snippet ti aiutano a distinguerti dai tuoi concorrenti, aumentando la visibilità del tuo sito e portando maggiore traffico verso la tua pagina. Inoltre, piacciono molto a Google (e agli altri motori di ricerca) perché migliorano, velocizzano e facilitano i tempi di crawling, ovvero permettono al motore di capire subito di cosa si sta parlando, generando i risultati richiesti dall’utente in fase di ricerca.

L’uso di questi microdati velocizzerà quindi la visualizzazione dei risultati all’interno del motore di ricerca, fornendo delle informazioni aggiuntive che presenteranno e descriveranno il tuo sito web in modo più completo, permettendo all’utente finale di trovare immediatamente ciò che sta cercando e invitandolo a cliccare sul tuo link. I Rich Snippet servono ad aumentare il CTR perché gli utenti sono attratti da informazioni presentate sotto forma di stelline, video o immagini. Questi elementi quindi, attrarranno i loro occhi rispetto ad un risultato standard privo di elementi distintivi.

Come implementare i microdati su WordPress

Esistono due plugin per WordPress, per facilitare l’implementazione dei microdati sul tuo sito. Il primo è All In One Schema.org Rich Snippet. Si tratta dello strumento più utilizzato che aiuta ad ottenere dei bellissimi Rich Snippet e che supporta: recensioni, articoli, eventi, prodotti, persone, applicazioni software e video. Il plugin in questione è molto semplice da utilizzare, veloce ed intuitivo. Una volta installato basta selezionare, sotto la pagina che stiamo sviluppando, la tipologia di contenuto con relativo Rich Snippet da sviluppare.

Il secondo plugin che ti consiglio è WP Customer Reviews, che permette all’utente di inserire recensioni e contemporaneamente supportare i microdati al fine di ottenere i Rich Snippet con il rating totale.

Capire e creare la Sitemap XML

La sitemap XML è una parte essenziale da comunicare ai motori di ricerca, come ad esempio Google, Bing e Yandex, per fargli capire come è strutturato il sito che abbiamo appena creato. In questo modo l’indicizzazione e la categorizzazione da parte dei crawler avverrà in maniera corretta e restituirà i giusti risultati nelle SERP.

Per comprendere meglio il funzionamento della sitemap XML si può fare un’analogia con una biblioteca e i libri che ospita: una biblioteca che vuole offrire un servizio ottimale è quella che è riuscita ad archiviarli secondo dei precisi criteri dividendoli in generi e magari anche in ordine alfabetico. In questo modo chi vuole prenotare un libro, attraverso la consultazione del sistema gestionale, sa se è disponibile, oppure no in poco tempo.

Perché serve la sitemap e come si arriva al concetto di sitemap XML?

La sitemap oltre ad avere, come abbiamo appena detto, una funzione di informazione serve a capire come gestire e fare fluire la navigazione dell’utente. Se abbiamo le idee chiare sin dall’inizio sulla struttura del sito, sarà infatti poi molto più semplice immaginare e guidare l’esperienza dell’utente in una determinata direzione e verso specifiche pagine o contenuti.

Quindi dobbiamo sempre avere presente che tipo di sito stiamo creando: l’albero di navigazione sarà chiaramente differente tra un sito vetrina ed un e-commerce per esempio.

Un consiglio per creare una mappa efficace è quella di avvalersi di un tradizionale foglio di carta che sicuramente non fa molto digital, ma è una soluzione validissima per mettere nero su bianco ciò che abbiamo elaborato in fase di brainstorming.

Chiaramente una volta finita la fase di progettazione, pensata quindi la sitemap utente,  bisogna passare a concretizzare tutto il progetto creando il sito internet e infine generare la sitemap XML per i motori di ricerca.

Il motore di ricerca e l’utente infatti navigano il sito in maniera completamente diversa: l’utente segue le nostre call to action, i pulsanti e il menu secondo una logica umana, e vede solo il contenuto a cui è interessato. I crawler dei motori di ricerca invece hanno bisogno di essere istruiti su dove andare affinché siamo assolutamente certi di mostrargli ogni contenuto sul sito, in maniera tale che tutto il sito sia indicizzato. Non possiamo permetterci angoli inesplorati!

Sitemap XML e motori di ricerca: nessuna stregoneria

La sitemap XML è quindi un vero e proprio protocollo di comunicazione che mette in relazione il sito web con i search engine, ossia i motori di ricerca. Non c’è nulla quindi di strano, non ci troviamo di fronte ad una stregoneria per cui un sito un giorno non esiste e il giorno dopo misteriosamente si.

L’indicizzazione è un processo che viene costantemente aggiornato grazie ai Bot: ci riferiamo a quei software che scansionano tutto il web e i link dei contenuti presenti in ogni singolo sito. Quegli URL nuovi, se ritenuti contenuti validi e se sono formattati correttamente da un punto di vista SEO, verranno gradualmente proposti nelle SERP.

L’ultima precisazione è molto importante perché gli algoritmi di Google funzionano in maniera peculiare e subiscono spesso modifiche sostanziali che alterano il rapporto penalità – premi: tuttavia uno dei capisaldi è quello di non produrre contenuti duplicati, ovvero scopiazzati da altre pagine. Così facendo la prima pagina del famoso motore di ricerca sarà solo e sempre una lontana chimera.

Sitemap XML: Search Console e Yoast SEO

Quindi come fare praticamente per dire a Google: ehi guarda che esiste anche questo sito adesso?

Creando un sito con architettura WordPress il consiglio è quello di installare il plugin gratuito Yoast SEO. In pochi semplici passaggi si riescono ad individuare gli URL della sitemap:

  • Installate Yoast SEO.
  • Menù di WordPress: cercate la voce SEO e cliccate su Generale.
  • Andate nella Tab Funzionalità e scorrete fino a Sitemap XML.
  • Cliccate sul punto interrogativo e poi su “vedi la mappa XML del sito”.
  • Aprite a questo punto su un altra scheda del browser Search Console .
  • Registrate e verificate la proprietà.
  • Entrate nella proprietà e selezionate Sitemap dal menù a colonna.
  • Nella barra dell’URL inviate tutti gli URL generati da Yoast.
  • Se tutto va a buon fine per ogni URL avrete un messaggio di invio riuscito.

Pertanto non basta limitarsi alla creazione del sito perché altrimenti questo resterà una “cattedrale nel deserto”.

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